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Paese

Dati Generali
Il paese di Bonarcado
È un piccolo centro, di origine prenuragica, situato alle pendici del Montiferru. Conobbe il suo massimo splendore nel Medioevo, quando divenne un importante centro religioso. Famosa è la Chiesa di Santa Maria, costruita in basalto nero e trachite nel XII sec. e il Santuario dedicato alla Madonna di Bonarcado o di Bonacattu, costruito nel VII-VIII secolo riutilizzando parte di un edificio termale di età romana.Oggi Bonarcado è un tranquillo paese, che basa la sua economia sull’attività agricola e sull’allevamento. Una buona condizione climatica insieme alle caratteristiche del terreno e al lavoro degli uomini hanno favorito una produzione di alta qualità di ciliegie, olio extra vergine di oliva e di miele, considerato uno dei migliori in Italia.
Il territorio di Bonarcado
Altitudine: 100/787 m
Superficie: 28,54 Kmq
Popolazione: 1702
Maschi: 873 - Femmine: 829
Numero di famiglie: 630
Densità di abitanti: 59,64 per Kmq
Farmacia: Via Europa, 2 - tel. 0783 56635
Guardia medica: viale Europa - tel. 0783 54700 - 0783 56350
Carabinieri: via Europa, 35 - tel. 0783 56522

Storia

BONARCADO o BONACATTO, e ancora BONARCANTO, villaggio della Sardegna nella provincia di Cùglieri, distretto di Santu-Lussurgiu, tappa d’Oristano. Includevasi nell’antico dipartimento del Campidano-Milis dell’Arborèa.

È un paese antico, che assai figura nella Storia ecclesiastica dell’isola nel medio evo, e dove si celebrò (an. 1302) un concilio nazionale presieduto dall’arcivescovo di Torre, legato pontificio, nella chiesuola ancora esistente di s. Maria, i cui atti, secondo il Vico, conservavansi nell’archivio della chiesa usellense. Esso decadde dall’antico stato per forma, che si possa dire l’ombra di quel che fu. L’ultima pestilenza, che desolò la Sardegna, ridusse la popolazione a pochissimi, i quali si salvarono solamente perchè si divisero a tempo dal contagio, ritirandosi nella selva appellata Querquedu posta sopra il villaggio. Nel colle dalla parte di libeccio appariscono molte vestigie d’abitazioni.

Componesi di 280 case, che occupano un’area maggiore, che sembri competere, a cagione dei molti cortili ed orti, che vi sono compresi.

Alcune strade sono selciate, ed in alcune parti vi sono dei larghi spazi. È bella la nuova strada alla parrocchia che fece praticare e guarnir d’alberi il vicario Bicca.

Il clima è temperato. Dominano i venti di greco e levante, e vi si sente un poco d’umido. Vi piove con frequenza; vi cadono spesso d’inverno anche le nevi, ma presto si disciogliono. Rare volte si soffre l’ingombro della nebbia. Non si aveva memoria di alcun fulmine caduto dentro il popolato, il che mentre dalle persone pie attribuivasi alla protezione della Vergine, da altri si riferiva alle numerose piante d’alloro, che frondeggiano intorno all’abitato.

Nel 1833 la popolazione sommava ad anime 1160 in 260 famiglie.

Si celebrano nell’anno circa 18 matrimoni, nascono 40, muojono 30.

Le malattie frequenti e fatali sono le febbri periodiche, le pleurisie, le idropisie.

Null’altra manifattura può essere rammentata che quella di panno lano e lino, per cui sono impiegati 120 telai.

La scuola normale è frequentata da 25 fanciulli.

Comprendesi questo popolo nella giurisdizione dell’arcivescovo d’Oristano.

La chiesa parrocchiale è di antica struttura, ed apparteneva all’antico celebre monistero dell’ordine camaldolese, fondato da Barisone Serra giudice dell’Arborèa nel 1147. Restano alcuni residui delle mura del medesimo, e si riconoscono alcune cellette al lato sinistro della chiesa. Titolari della medesima sono i ss. Romualdo e Zenone. La dignità priora-le sussiste ancora, ed è di regio patronato. Chi n’è investito, tiene voce nello stamento ecclesiastico, ed indossa una mozzetta quale usano portare i canonici.

Il reddito si computa di 1200 scudi, somma che ordinariamente si ritrae dalle decime delle granaglie e del bestiame, e dal fitto del salti che spettano al benefizio così in questo, come in altri territori. L’unico peso imposto al benefiziato è di pagare annualmente al seminario tridentino d’Oristano scudi sessantaquattro per una piazza ad un giovine del paese.

Questo priorato fu posseduto dagli arcivescovi torrensi dal 1656 al 1768.

In quest’anno monsignor Luigi Carretto arcivescovo d’Oristano ottenne di restituirsi il priore alla popolazione.

Nel 1803 fu questo benefizio conceduto graziosamente, e poi continuossi a conferirsi in simil modo raccomandatasi la parrocchia ad un vice-priore, o vicario priorale con l’assistenza di due vice-parrochi, i quali, non dal priore, ma immediatamente dipendono dal-l’arcivescovo d’Oristano.

A questo priorato e parrocchia era già unita la cura spirituale della popolazione di Bau-ladu, dove a torno andava un vice-parroco per farvi la settimana, e frequentemente anche il priore per adempirvi a’ doveri del suo ministero. Fu poi separata, ed ebbe un parroco proprio (V. Bau-ladu).

La parrocchiale fu consecrata nel su notato anno della fondazione per l’arcivescovo d’Arborèa D. Comìta de Làcono assistita da cinque vescovi. L’anniversario se ne celebra addì 8 maggio.

Fu pure consecrata la chiesetta quasi attigua di s. Maria de Bonacatto, e se ne fa commemorazione addì 19 dello stesso mese. Questa è in forma di croce, e cape pochissima gente. L’immagine veneratissima della Vergine è scolpita nel legno col suo tenero Gesù in un amoroso atteggiamento. Vi è un solo altare privilegiato.

Ambe queste chiese sono fuori dell’abitato, e dietro delle medesime trovasi una perenne fonte di acque purissime detta su Càntaru.

La festa di s. Maria di Bonacatto, che annualmente si celebra con numeroso concorso addì 19 settembre è preceduta da un novenario per li forestieri, ed è seguita da un altro per li popolani. La molta celebrità dà occasione ad una fiera di tre giorni (17, 18 e 19) simile a quella di s. Croce in Oristano, e di s. Mauro in Sòrgono.

Alla parrocchia di Bonàrcado rimangono ancora altre quattro chiese figliali. La chiesa di s. Sebastiano dentro l’abitato uffiziata dalla confraternita di s. Croce, che si edificò verso la metà del secolo XVII. A sinistra della principale è l’oratorio del Suffragio delle Anime purgantisi, donde si passa nel campo-santo. A distanza d’un’ora e mezzo dal paese, nel punto dove si toccano i territori di Milis, San Vero-Milis, Narbolìa, Sèneghe, trovasi la chiesa rurale di s. Pietro de-Milis-piccinnu, nome dell’antico villaggio che era intorno alla medesima.

Dall’atto di donazione del giudice Costantino, con consenso della sua moglie Anna, e consiglio dell’arcivescovo d’Arborèa Omodeo, si ricava, che la regina Toccode consorte del giudice Comìta de Salàris fece edificare questa chiesa, ed intorno molte abitazioni ai suoi schiavi, ancelle e liberti, perchè si coltivasse tutta la estensione del territorio che ella vi possedeva.

Il priorato di Bonàrcado, perduto ogni altro dritto, conserva solo il possesso della chiesa in mezzo ad una piccola area, dove vegetano una trentina d’olivastri assai annosi disposti in bell’ordine, tra li quali sono osservabili certe grandi tavole di pietra (lunghe palmi 7, larghe 4. 1/2), ed un norache a lato della chiesa; ed a poca distanza dalla medesima il copiosissimo fonte Mandrània, che può servire al movimento di dieci molini, e giova alle vicine popolazioni.

Vi si celebra la festa del titolare nel proprio giorno, presiedendovi un vice-parroco bonarcadese. Il concorso è di molto diminuito da che si sono proibite le carole entro il recinto.

Appartiene pure a questo priorato la chiesa rurale di s. Cristina, sita in territorio di Paùli-Làtinu, distante da questo paese un quarto, mentre da Bonàrcado è lontana due ore. Vi sono vicine alcune casipole per li novenanti, che vi concorrono al primo del maggio.

La festa principale cade addì 10 del medesimo con molta frequenza, e devota processione sino al pozzo denominato dalla santa, il quale è d’una singolar forma e struttura (V. Paùli-Làtinu).

Si fa altra festa addì 24 luglio, in cui si commemora la morte gloriosa della medesima. L’effigie vi si trasporta sulla barella dai confratelli seguiti da un numeroso popolo che canta il rosario per tutta la via lunga circa 4 miglia.

Per le pretese dei paulesi contro i bonarcadesi, nascono spesso delle risse, e le allegrezze terminano in guai. Se non intervenisse a tempo l’autorità rispettabile dei sacerdoti presidenti della festa (uno bonarcadese, l’altro paulese), il disordine più facilmente e spesso giugnerebbe al delitto.

L’estensione del territorio di Bonàrcado eguaglierebbe miglia quadrate 20, e nella parte coltivabile potrebbe ricevere circa seimila starelli di seme. La popolazione trovasi quasi al centro.

L’azienda agraria fu stabilita nella prima istituzione di starelli 510, e di lire 619.1.0. Nel 1833 comparve il fondo granatico di starelli 1510, il nummario di lire 244.10.4. Ragguaglia lo starello a litri 49,20: la lira a lire nuove 1.92.

La parte montuosa presso ai confini del lussurgiese è atta a castagni, ciriegi, olivi, e ad altri alberi fruttiferi; le rimanenti, specialmente quelle che son prossime al paulese, si conoscono migliori per li cereali.

Si seminano all’anno 1500 starelli di grano, 200 d’orzo, 40 di granone, e una mediocre quantità di fagiuoli, piselli, ceci, fave, ecc. Il grano ordinariamente dà il sei per uno nella comune, così l’orzo, e le civaje. Si coltivano cipolle, lattuche, cavoli, carcioffi; raccogliesi lino in abbondanza, ed una volta se n’ebbero quarantamila cantara (Ragguaglia il cantaro a chil. 42,276).

La vite vi prospera, ma per ciò che il vigneto è nella montagna, accade spesso che i grappoli non possano ben maturare. Quindi i vini son deboli, e nell’estate inacidiscono. Se ne fa più del bisogno, e se ne può vendere ai lussurgiesi, che ne estraggono buona acquavite. Con li medesimi si sogliono smerciare le granaglie.

Le piante fruttifere sono mandorli, pomi, peri, susini, ciriegi, albicocchi, persici, fichi, aranci, che sommano a circa 20,000 invidui. Hannosi più di cento varietà d’uve, e molte sono di soave gusto.

Tutte le terre del bonarcadese sono divise a tanche e chiusi, se non che bisogna trarne i salti priorali Querquedu, Cìspiri, Badde, e Serra-Cràstula, che sono una quinta di tutta l’estensione superficiaria. Servono le tanche alla pastura, e siccome poca quantità di bestiame possiedono i bonarcadesi, si affittano a’ pastori lussurgiesi. Le irrigabili sono destinate per le civaje.

Mancano le selve; non così in principio, almeno nel salto Querquedu (Querceto), dove, come significa il nome, era una selva di quercie.

La ricchezza dei bonarcadesi in bestiame era (an. 1833) come segue: le pecore sommavano a 4000, le vacche a 300, i buoi per l’agricoltura 400, i porci a 100, ad altrettanti i giumenti. La lana pecorina, che sopravanza ai bisogni della popolazione, vendesi ai lussurgiesi; il formaggio ai negozianti d’Oristano.

È assai scarso il selvaggiume, eccettuate le specie delle volpi e lepri. Se però ci fossero persone amanti della caccia prenderebbero gran numero di pernici, tordi, colombi selvatici, ecc. I passeri volano a nuvoli, e fanno gran guasto delle messi come comincino a maturare.

Questo territorio è bagnato da più di 40 sorgenti, e da alcuni rivi. Nel più volte menzionato monte Querquedu, al cui piè giace il paese, apresi gran numero di scaturigini di acque salubri. Le acque del Càntaru scorrono per entro il paese, ma ristagnando e corrompendosi, nuociono alla purità dell’aria. Le altre principali sorgenti sono Funtana-bìngia, Muriàccas, Muraligios, Entùrgia, Majòlu, Sos cantarèddos de Temànnu. Queste due ultime danno più delle altre.

I rivi sono quattro: 1. il Sutta-idda, formato dalle acque delle suddette prime cinque fonti; 2. il Riu-mannu, originato dalle acque di Bau-mèle nel monte di s. Lussurgiu; 3. il Canàrgiu, prodotto dalle ultime due acque su nominate; 4. il Cìspiri, che viene dalle acque di Santu-Miàle (s. Michele) nella regione Sos-peàles limitrofa a questi territori. È più grosso degli altri, e mentre manca di ponte, i pastori suppliscono con travi che stendono da una ad altra sponda, sopra le quali passano le greggie.

Gli altri non sono da temere nè pur d’inverno, se si tolga Riu-mannu; sul quale perciò fu costrutto un ponte con tre fauci nel luogo detto Molinu-de-Eccletia a spese d’un cotal Antonio Massidda (an. 1750), per che fu onorato dal sovrano con un diploma di nobiltà. Sullo stesso rivo, nel luogo detto Planu-Zoppeddu, si ha il comodo d’un altro ponte, ma di legno, fatto a spese del comune, e tante volte rifabbricato, quante le piene scommesso e svelto lo levavan via.

Il rio Cìspiri volge alla parte meridionale, e nel sito detto Nieddì accoglie in suo letto il Canargiu; tra-versati poi i campi di Bau-ladu passa sotto il ponte di Framazza, indi sotto quel di Riòla, onde va a mescolarsi con lo stagno di Marepontis.

Il Riu-mannu si unisce al Sutta-idda nel luogo detto Anglona, di cui è fatta menzione in un atto di donazione al monistero. Da questo procede alle terre di s. Vero, e finalmente presso al ponte di Riòla si congiunge a Cìspiri.

Si può fare nei medesimi una pesca copiosa di trote ed anguille. Spesso ridondano dall’alveo, e coprono le terre basse, e degli altri più ampiamente il Riumannu cagionando danni gravissimi ai seminati, ai giardini, ed ai molini frumentari.

Sono da notare dal bonarcadese 17 norachi, fra i quali sono più rimarchevoli il denominato de Baucuàdu, al cui piè dicesi sia un’apertura, e scala per ad un sotterraneo: il detto de Canargios, nel cui adito osservansi alcune pietre bucate: ed i due appellati Pirìccu, e Nièddu, che si stimano i più alti. Sono tutti presso a qualche sorgente o ruscello.

Questo villaggio fa parte del marchesato d’Arcàis (V. i dritti di signoria utile nell’articolo Campidano d’Arborèa). Comprendesi nel mandamento del Campidano-Milis.

Nell’anno 1637 sotto il regno di Filippo IV essendo venuta la flotta francese capitanata dal giovinetto conte d’Harcourt (addì 21 febbrajo) nelle acque d’Oristano, e dalle genti sbarcate essendo stata presa la città d’Oristano, mentre d’ordine del vicerè, conte d’Almonazir, si congregavano le milizie del regno in due distinti corpi, quelle dalla parte meridionale convennero in s. Gavino di Monreale, e quelle di Logudoro e Gallura in Bonàrcado. D. Diego de Aragall luogotenente del vicerè, che comandava al corpo delle milizie meridionali, ed avea autorità anche sull’altro, andò a stringere i francesi, li obbligò ad evacuare la città, e li battè nella ritirata. Intanto il tenente generale D. Geronimo Comprat marchese di Terralba contenne nel quartiere di Bonàrcado le sue genti, e per la superbia di non dipendere dagli ordini dell’Aragall, vietò ai suoi valorosi di acquistarsi gloria, all’Aragall di poter compiutamente disfare i nemici, ed alla nazione l’onore d’una splendida vittoria.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Bonarcado
19/20 Gennaio: San Sebastiano – Riti Religiosi seguiti da manifestazioni folcloristiche
8 Febbraio: Festa di San Romualdo
1 Maggio: Festa di San Cristoforo, patrono degli automobilisti. In questa occasione il sacerdote impartisce la benedizione agli autoveicoli.
Maggio: Sagra delle Ciliegie – Degustazione e vendita del prodotto
24 Giugno: Festa di San Giovanni – Riti Religiosi, spettacoli, corsa dei cavalli tra le vie del paese
18/19 Settembre: Nostra Signora di Bonacattu – Festa di grande importanza religiosa che richiama numerosi fedeli anche dai paesi vicini.